STELLA UNESCO ALLA CUCINA ITALIANA

22 Gennaio 2026

La prima al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. Premiata la miscela culturale e sociale delle antiche tradizioni culinarie. La filiera alimentare nazionale genera un valore di 707 miliardi di euro, cifra che fa del cibo la prima ricchezza del Paese, con 4 milioni di persone impiegate

No, non è un premio per il miglior sugo al pomodoro. E nemmeno un riconoscimento attribuito all’eccellenza nella preparazione di un arrosto. La cucina italiana, dichiarata patrimonio immateriale dell’UNESCO, è molto di più: è un momento storico perché viene definita come bene culturale fondamentale, un tassello dell’identità collettiva di un Paese. In questo caso dell’Italia.

Che, in sostanza, si riconosce nella sua cucina così come lo fa quando ascolta l’inno di Mameli e vede sventolare il tricolore. Massimo Montanari, uno dei maggiori specialisti internazionali di storia dell’alimentazione e Presidente del comitato che tre anni fa ha portato all’UNESCO il dossier della candidatura italiana, lo aveva sintetizzato così: “Non stiamo parlando di ricette. La cucina italiana è un insieme di pratiche sociali, di riti e gestualità basati su tanti saperi locali, che senza gerarchie la identificano e la connotano”. Un mosaico di tradizioni che riflette la diversità bioculturale del Paese, che spazia dalla coltivazione dei prodotti alla loro preparazione, per finire al consumo del pasto. Che diventa anch’esso evento culturale, perché momento di condivisione, di socialità e di confronto. Al centro del riconoscimento non c’è solo il territorio, che pure è particolarmente generoso di prodotti, ma l’uomo che lo cura e lo trasforma. “La biodiversità italiana è frutto delle diversità locali – è la tesi di Montanari – che sono state custodite con amore, valorizzando le forti radici popolari, sempre attente all’uso delle risorse”. È d’accordo Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. “La Cucina italiana – afferma – è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione. È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia”. Marino Niola insegna a Napoli, dove – all’Università Suor Orsola Benincasa – insegna anche “Miti e riti della Gastronomia contemporanea”.

“La tavola tricolore – sostiene – non è solo un’eccellenza gastronomica, ma una seconda bandiera, un modo di essere, di sentire, di stare assieme. In quel piatto che ci arriva a tavola, insomma, ci sono storia e memoria. I piatti simbolo e il pranzo festivo sono un giacimento culturale, che ha alla base la passione per la vita, per il bello e per il buono. E anche la capacità di tenere assieme il passato e il futuro”. Altro punto da chiarire è che il riconoscimento dato alla cucina italiana non è un indicatore di eccellenza legato alla particolare raffinatezza della pietanza, o al numero di stelle attribuite da blasonate guide agli chef più famosi. Il sapore e la fantasia contano, ma la storia pesa più del prezzo che si paga. Nella valutazione data dall’UNESCO la cucina “povera” ha lo stesso impatto di quella più costosa. E sfugge alle barriere elitarie. Non è un caso allora che l’uso dell’umile “Quinto quarto”, la parte considerata di scarto nella macellazione degli animali, sia stata apprezzata nei secoli da Papi e nobili. Il sapore già allora livellava le differenze sociali e di lignaggio. Ma cosa comporta avere questo riconoscimento, che allinea la cucina italiana ad altre eccellenze, come il pasto gastronomico francese, o quello tradizionale giapponese, o ancora la pizza, con l’arte dei pizzaioli napoletani, che ha avuto il suo momento di gloria nel 2017?

Il Ministro Lollobrigida è convinto che “permetterà un’ulteriore valorizzazione dei nostri prodotti e delle nostre filiere. E sarà anche uno strumento per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy. Rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro e ricchezza sui territori”. Un assist importante per uno dei settori che più contribuiscono alla solidità economica del Paese. La filiera alimentare italiana allargata – dai campi alla grande distribuzione – genera un valore di 707 miliardi di euro, cifra che fa del cibo la prima ricchezza del Paese, che dà lavoro a 4 milioni di persone grazie a 700mila imprese agricole e 330mila realtà della ristorazione. Il solo turismo enogastronomico vale 40 miliardi e attira viaggiatori da tutto il mondo. Dal riconoscimento attribuito dall’UNESCO ci si aspetta molto. Già in passato aver premiato le Colline del Prosecco ha generato un incremento del 45% nelle strutture turistiche e del 35% nei posti letto, e l’arte dei pizzaioli napoletani ha visto crescere del 283% i corsi professionali e del 420% le scuole accreditate, tutte all’estero. Ora è il momento di minestre, verdure, pranzi conviviali e agrobiodiversità. Le stime prevedono un incremento tra il 6 e l’8% di presenze turistiche già nel primo biennio successivo al riconoscimento. Tradotto: aspettiamoci 18 milioni di turisti in più.

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