Dalla spy story di Londra al caso di Campobasso. Ecco come agisce uno dei veleni naturali più potenti al mondo, privo di uno specifico antidoto

Era il 1978, Londra. Georgi Markov, giornalista bulgaro dissidente, morì tre giorni dopo aver sentito una misteriosa puntura alla coscia mentre si trovava sul Waterloo Bridge. L’arma utilizzata era un ombrello modificato, capace di sparare una minuscola sfera di platino-iridio dalle dimensioni di uno spillo. Il veleno era la ricina. Quasi cinquant’anni dopo, questa sostanza torna drammaticamente a fare notizia in Italia, in circostanze particolari sulle quali la Procura di Larino (CB) sta tuttora indagando. Parliamo del caso di Campobasso e della tragica morte di Antonella Di Ielsi e di sua figlia Sara Di Vita.
Se nei primi anni 2000 la tossina aveva seminato il panico negli Stati Uniti attraverso lettere contaminate spedite a politici ed enti pubblici, più di recente è entrata nell’immaginario collettivo grazie alla serie cult “Breaking Bad”, dove il protagonista Walter White, chimico di professione e criminale per necessità, la sintetizza e la conserva come un talismano della propria discesa morale. Nella finzione televisiva, White la considera l’arma letale perfetta perché convinto che non lasci tracce, ma l’odierna realtà scientifica smentisce questo mito, dimostrando che la ricina è perfettamente individuabile nel sangue.
CHE COS’È LA RICINA E COME AGISCE
La ricina è una lectina glicoproteica, una proteina citotossica estratta dalla pellicola interna del rivestimento del seme di ricino (Ricinus communis). A spiegarne gli effetti devastanti in termini semplici è la dott.ssa Sabina Strano Rossi, professoressa associata di Tossicologia Forense presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Presidente del Gruppo Tossicologi Forensi Italiani (GTFI).

“La ricina – sottolinea la dott.ssa Strano Rossi – è uno dei più potenti veleni naturali, studiata in passato anche come arma chimica. Inattiva i ribosomi delle cellule eucariotiche, ovvero quelle degli organismi superiori, e distrugge così la capacità delle cellule dell’organismo di rigenerarsi e di espletare le proprie funzioni. Questo blocco irreversibile della sintesi proteica impedisce alla cellula di respirare, ripararsi e produrre energia, provocando una necrosi cellulare diffusa, insufficienza multiorgano, febbre, collasso e infine la morte”.
LA PIANTA
Il veleno non nasce in un laboratorio di bioingegneria, ma nei semi del Ricinus communis, una pianta della famiglia delle Euforbiacee, nota in Italia con i nomi popolari di “palma di Cristo” o “zecca”. Originaria dell’Africa tropicale, è ormai ampiamente naturalizzata nel nostro Paese e cresce spontaneamente nelle regioni meridionali e nelle isole.

Trattandosi di una pianta ornamentale comune, viene da chiedersi quale sia l’effettivo livello di pericolo. La professoressa precisa che “sono riportati numerosi casi di avvelenamento accidentale, anche se spesso l’ingestione avviene purtroppo a scopo suicidario”. Tuttavia, i derivati commerciali della pianta non sono nocivi: la tossina non è liposolubile, il che significa che non passa nell’olio di ricino durante la spremitura industriale, ma si concentra interamente nel “panello”, il residuo solido della lavorazione.
Sul web si legge spesso che produrre la ricina sia facile, ma la realtà scientifica è diversa. Isolare la proteina pura richiede passaggi complessi di precipitazione chimica e dialisi. “L’estrazione della ricina è un’operazione estremamente pericolosa, data la natura stessa della sostanza”, avverte la Presidente dei Tossicologi Forensi. “Sono necessarie misure di sicurezza rigorose e attrezzature professionali adeguate sia per l’estrazione dai semi sia per la successiva purificazione e cristallizzazione. La dose letale stimata nell’uomo è di circa 1-10 mg/kg se somministrata per via iniettiva, la più pericolosa”, conferma la dott.ssa Strano Rossi. È invece molto difficile prevedere gli effetti della ricina assunta per via orale, poiché diversi fattori influenzano la tossicità dei semi di ricino, tra cui le condizioni di coltivazione, la stagione, la specie, la suscettibilità dell’ospite e soprattutto il fatto che si tratti di semi o di estratti. In caso di ingestione di semi, spesso i dati anamnestici raccolti si riferiscono al numero ingerito senza consentire di stimare la dose effettiva di ricina assunta. Bisogna poi considerare una serie di fattori – continua la dottoressa – tra cui la maturità del seme, il grado di masticazione, le variazioni stagionali nell’umidità e nella concentrazione di ricina, l’età del paziente ed eventuali patologie pregresse. Casi clinici suggeriscono che l’ingestione di 2-30 semi produca sintomi gastrointestinali in modo dose-dipendente. Può anche verificarsi anafilassi in seguito all’esposizione a un singolo seme”.
A complicare il quadro clinico e investigativo c’è il fattore tempo: la ricina presenta un periodo di latenza che, pur dipendendo dalla via di somministrazione, è in genere superiore alle 24 ore. Riconoscere tempestivamente un avvelenamento da ricina è una grande sfida.

