NUOVA STRATEGIA FORESTALE

1 Luglio 2026

di

Nicolò Giordano

Considerazioni e prospettive tra conservazionismo e gestione sostenibile

L’abetina di Rosello, in provincia di Chieti, è ufficialmente il primo “bosco vetusto” d’Italia, caratterizzato dall’assenza certificata e continuativa di disturbo antropico (superiore ai sessant’anni). Si tratta di un risultato importante, inserito in un processo di evoluzione e maturazione delle scelte gestionali nel nostro Paese, orientate a preservare territori di grande valore ambientale. Occorre dare merito al legislatore che, a partire dal 2018, grazie al Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF), ha ridefinito gli strumenti di programmazione e gestione dei boschi italiani, con indirizzi unitari e un coordinamento tra Regioni e i Ministeri competenti. Nel TUFF è prevista la definizione giuridica dei “boschi vetusti”, nonché la costituzione di una rete nazionale che ne ricomprenda un numero significativo, sottratto in via permanente a utilizzazioni e interventi antropici.

Le Regioni sono già al lavoro, sulla base delle linee guida fornite dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (MASAF), per implementare tale rete; resta però da verificare in quale misura sarà possibile individuare lembi di bosco lasciati all’evoluzione naturale. L’idea non è nuova e discende, in parte, dalla visione dell’Amministrazione forestale postunitaria che, per evitare uno sfruttamento eccessivo, costituì i boschi demaniali e impose numerosi vincoli sulla loro gestione, dando vita anche all’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali.    

Il pendolo della storia, nelle sue lunghe oscillazioni, si è mosso dalle necessità stringenti della rivoluzione industriale, che ha fagocitato milioni di ettari, riducendo ai minimi storici, agli inizi del Novecento, il patrimonio boschivo italiano ed europeo, alla progressiva e più consapevole azione di tutela e conservazione, che ha messo in discussione anche le finalità della selvicoltura. 

PROTEZIONE e RIPRISTINO

Lo spopolamento delle aree montane, l’inurbamento e la contrazione delle superfici agricole e pascolive hanno consentito al bosco di riconquistare vasti territori, senza un’adeguata pianificazione. A partire dagli anni 2000 è emersa l’esigenza di ripensare l’intera filiera, tenendo conto di due necessità contrapposte ma conciliabili: da un lato il “conservazionismo”, dall’altro “la gestione sostenibile”.

In termini di principi generali nel testo costituzionale, con la riforma del 2022 sono state introdotte importanti novità, che hanno rafforzato la tutela dell’ambiente (in particolare negli articoli 9 e 41). A livello europeo, inoltre, è stata definita una nuova strategia forestale al 2030, che mira a proteggere, ripristinare e gestire in modo sostenibile le foreste. I pilastri principali includono l’aumento della biodiversità, il potenziamento dell’assorbimento di co₂, la promozione di una bioeconomia circolare (prodotti in legno) e la riforestazione.

Il rinnovato interesse per la materia prima legno, rinnovabile ed ecologica, quale risorsa molteplici impieghi, assume grande rilevanza nell’attuale contesto di incertezza politica ed economica. L’obiettivo è coniugare l’utilizzo delle riserve legnose accumulate negli ultimi decenni con la tutela delle aree di maggiore pregio naturalistico, seguendo un approccio equilibrato nel tempo.

Va tuttavia considerato che la valorizzazione degli aspetti naturalistici – l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta incidenza di aree sottoposte a vincoli ambientali, che interessano oltre il 27% della superficie forestale nazionale – è stata anche il risultato dell’accettazione, in parte passiva, dei cambiamenti sociali che hanno inciso profondamente sulle economie locali.

Persistono inoltre fattori critici per lo sviluppo della bioeconomia circolare, come l’invecchiamento della popolazione e la perdita di valore economico dei boschi, spesso frammentati in piccole proprietà. Ne deriva il rischio che gli ecosistemi forestali continuino ad avere un ruolo marginale nell’economia nazionale.

La domanda da porsi è, pertanto, la seguente: questa tendenza è un bene? In termini ecologici, probabilmente sì; ma per l’Italia la questione è più complessa. L’azione antropica è talvolta considerata un elemento di disturbo, capace di alterare equilibri delicati.  Si tende, però, a dimenticare che molti paesaggi ritenuti “naturali” sono in realtà il risultato di una lunga interazione tra uomo e ambiente.

boschi vivi e produttivi

Scorrendo l’elenco dell’unesco, emerge chiaramente la posizione di leadership dell’Italia nel patrimonio mondiale: 61 siti riconosciuti, di cui 55 culturali e 6 naturali, oltre a 8 paesaggi culturali. Occorre, quindi, superare la componente emotiva che ha accompagnato l’uscita del tuff, oggetto di critiche da parte di chi temeva tagli indiscriminati, e dare attuazione alle sue linee guida, migliorandone l’efficacia e riducendo le lentezze burocratiche.

L’assenza di gestione attiva non è sempre positiva: un bosco abbandonato è spesso un bosco fragile, esposto a incendi, meno resiliente al dissesto idrogeologico e talvolta meno efficace nel fissare il carbonio rispetto a una foresta giovane e curata. La gestione forestale sostenibile deve quindi essere intesa come uno strumento di tutela attiva, capace di mantenere il bosco vivo e produttivo.

Agire oggi significa:

  1. Sostituire l’accettazione passiva con la pianificazione;
  2. Valorizzare i Servizi Ecosistemici;
  3. Superare la contrapposizione ideologica: è necessario abbandonare la diffidenza emotiva verso il prelievo legnoso.

In conclusione, il futuro delle nostre foreste risiede in una visione integrata: da un lato è necessario proteggere integralmente le “cattedrali verdi”, come le foreste vetuste, serbatoi insostituibili di biodiversità; dall’altro è fondamentale promuovere una gestione attiva del restante patrimonio boschivo. Solo attraverso questo equilibrio l’uomo può tornare a essere un custode consapevole del paesaggio.

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