Stock ittici dimezzati, habitat che cambiano e l’avanzata delle specie aliene: viaggio nel settore della pesca italiana. Le aree marine protette si confermano un’ancora di salvezza
I naselli sono sempre meno e più piccoli, così come triglie e gamberi rosa. E non se la passano bene neanche le cernie brune, che l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) classifica in pericolo: colpa della pesca intensiva che ne ha ridotto le popolazioni negli ultimi decenni.

La verità sul pesce del Mediterraneo, un mare antico e inquieto, generoso e fragile. Per millenni specchio di civiltà, oggi più che mai cartina di tornasole del nostro rapporto con le risorse naturali. Nel Mare Nostrum, dove per secoli la pesca ha scandito i ritmi di popoli e comunità costiere, si consuma una trasformazione profonda: stock ittici sotto pressione, habitat che cambiano, specie che arretrano e altre che avanzano, spesso silenziosamente.
Una geografia mutevole, che chiede monitoraggio, strategie condivise, risposte. Sono oltre 700 le specie di pesci che vivono in questo bacino. Tra i più ricchi di biodiversità marina al mondo. Ma pesca intensiva e cambiamento climatico hanno creato squilibri negli ultimi decenni: secondo la FAO più della metà degli stock ittici – circa il 52% – è pescata oltre livelli biologicamente sostenibili, un valore molto superiore al valore globale (38%). Eppure qualcosa si muove.
La pressione è diminuita del 50% nell’ultimo decennio, mentre la biomassa degli stock monitorati è cresciuta del 25%: segnali incoraggianti che dimostrano come le politiche di gestione attente possano fare la differenza. Ma non basta.
FRAGILITÀ ECOLOGICA
La qualità del pesce, dal punto di vista ecologico e commerciale, continua a risentire degli squilibri: esemplari sempre più piccoli, specie storiche in calo e una filiera sempre più instabile. Tra il 20% e il 40% delle catture viene scartato: uno spreco e una pressione inutile sugli ecosistemi.

Con il pescato selvatico che fatica a tenere il passo con la domanda, cresce l’acquacoltura, che oggi copre oltre il 45% della produzione: una risposta necessaria, ma non priva di impatti e interrogativi sulla sostenibilità.
Basta questo per porre domande cruciali: in gioco c’è il futuro del Mare Nostrum, ma anche delle economie che vi dipendono. Pesca e acquacoltura producono oltre 2 milioni di tonnellate di risorse all’anno, generando 21,5 miliardi di dollari e sostenendo oltre 1,1 milioni di posti di lavoro. Ancora oggi, la pesca in mare è centrale per molte comunità costiere, e quella artigianale rappresenta oltre l’80% della flotta, il 60% dell’occupazione e il 30% dei ricavi del settore.
Osservatorio privilegiato è la Stazione Zoologica Anton Dohrn, impegnata nello studio della biodiversità del Mediterraneo. A Palermo, al Sicily Marine Centre, incontriamo Antonio Di Franco, ricercatore del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata. “Questo è un mare abitato, utilizzato e trasformato da millenni da civiltà che ne hanno tratto risorse, rotte commerciali e identità culturale. Ancora oggi è un sistema socioecologico di primaria importanza. Ma le attività umane – in particolare pratiche di pesca non sostenibili – esercitano una forte pressione, contribuendo al depauperamento degli stock ittici, all’alterazione delle reti trofiche e al degrado degli habitat”.
LE AREE MARINE PROTETTE
Una delle soluzioni, spiega Di Franco, è nelle aree marine protette, “strumento chiave per la conservazione e la gestione sostenibile delle risorse”. Nel Mediterraneo sono oltre 1.200 i siti designati, tra aree istituite a livello nazionale e siti comunitari come quelli della rete Natura 2000. In Italia la rete comprende circa 30 aree marine protette nazionali, con diversi livelli di tutela. “Soprattutto nelle zone a protezione elevata – spiega Di Franco – osserviamo un marcato effetto riserva: aumento della taglia, dell’abbondanza e della biomassa degli organismi marini all’interno dei confini protetti”.


Annuisce Antonino Miccio, coordinatore nazionale della consulta dei direttori dei parchi per Federparchi e direttore dell’area marina protetta Regno di Nettuno, che abbraccia Ischia e Procida. “In dialogo con la piccola pesca artigianale portiamo avanti progettazioni a medio e lungo termine per la tutela degli stock”, spiega. “Il segreto è individuare strategie in grado di far convivere l’economia del mare con la sua ecologia”.
Fondamentale il ruolo delle autorità di vigilanza per trasformare le misure di tutela in risultati concreti. “Controllo, prevenzione e repressione degli illeciti, insieme a una presenza operativa costante, sono essenziali per assicurare il rispetto delle regole”, sottolinea Di Franco. “Le autorità di vigilanza sono cruciali per trasformare le misure di tutela in risultati concreti”.
Anche il coinvolgimento di pescatori, operatori turistici e comunità è indispensabile per favorire l’accettazione delle misure e contribuire a una gestione più efficace delle risorse. “Le aree marine generano benefici anche al di fuori dei loro confini”, aggiunge. “L’aumento di densità e biomassa all’interno delle aree protette porta, nel tempo, allo spostamento di individui adulti e giovani verso le zone circostanti, dove la pesca è consentita”.
Restiamo in Sicilia per dialogare con Francesco Tiralongo, ittiologo all’Università di Catania. Con lui parliamo dello stato di salute delle singole specie.
“Specie di elevato valore commerciale, come i richiesti naselli e i gamberi rosa, mostrano in diverse aree del Mediterraneo segnali di riduzione della biomassa e alterazioni nella struttura delle popolazioni – spiega – fenomeno legato a una pressione di pesca superiore alla capacità di rigenerazione naturale degli stock, ma anche a fattori ambientali”.

Se i naselli diventano più piccoli, non va meglio alle triglie di fango e ai gamberi, da quello rosa a quello rosso, risorse di alto valore economico pescate soprattutto tra 400 e 800 metri di profondità: sono sempre meno. In compenso, mentre alcune specie un tempo abbondanti diminuiscono, aumentano quelle opportunistiche e non indigene: i cosiddetti “alieni”, dal granchio blu al pesce scorpione, con ricadute economiche e sociali per le comunità costiere e talvolta per la salute umana. “Quando i nuovi inquilini sono commestibili, la pesca può aiutare a contrastarne l’avanzata”. Ma il pesce del Mediterraneo è ancora il più buono al mondo? “Per qualità continua a rappresentare un’eccellenza – afferma Tiralongo. “Le caratteristiche organolettiche sono legate sia all’ambiente che alle pratiche di pesca, ma la qualità non va valutata solo in termini sensoriali: oggi ha un ruolo centrale la sostenibilità. Il futuro dipende dalla capacità di coniugare sfruttamento e conservazione. La gestione sostenibile degli stock, supportata dalla ricerca e dal coinvolgimento dei pescatori, è la chiave per garantire la tutela della biodiversità e la qualità del prodotto che arriva sulle nostre tavole”.

