Insieme all’illustratrice naturalista Concetta Flore, scopriamo le community di pittura en plein air, gruppi di appassionati che si incontrano all’aperto per dipingere. Un ascolto ecologico che osserva la vita e la traduce in colore
C’è stato un tempo in cui i grandi maestri dell’Ottocento, armati di cavalletto e tubetti di colore appena inventati, uscivano dagli studi per catturare la luce vibrante delle campagne. Pensiamo a Claude Monet, padre dell’Impressionismo, che rincorreva i riflessi cangianti sull’acqua; a Vincent van Gogh, che traduceva in pennellate cariche e nervose il sole bruciante della Provenza; o al nostro Francesco Filippini, maestro nel restituire su tela la cruda e malinconica poesia dei paesaggi lombardi.


Oggi quel fascino storico e bohémien sta vivendo una seconda, inaspettata giovinezza, e il merito è anche dei social media, che permettono a numerosi gruppi di appassionati di incontrarsi nei parchi o davanti a paesaggi naturali mozzafiato per dipingere insieme. Vere e proprie esperienze di condivisione e crescita. Una connessione ecologica che porta a diventare parte del paesaggio stesso, influenzando inevitabilmente il tratto del pennello e trasformando il colore in una registrazione del tempo e della luce.
LE REGOLE D’ORO

Dipingere en plein air significa, prima di tutto, accettare una sfida affascinante con un elemento indomabile: il tempo. Non c’è spazio per le esitazioni, perché ci si trova a gestire principalmente due fonti di luce naturale: il sole e il cielo. Il loro dialogo determina la temperatura dei colori. Prima ancora di posare il pennello sulla tela, è fondamentale prendersi un momento per osservare la luce, studiarne con cura la provenienza e la temperatura. Proprio per questo gli artisti imparano presto che pianificazione e velocità sono essenziali; bisogna lavorare d’istinto, abbozzando rapidamente una composizione che definisca subito i valori tonali, ovvero il delicato equilibrio tra aree chiare e scure, ancor prima di lasciarsi tentare dai dettagli. Nel mondo della pittura all’aperto vige poi una regola d’oro pressoché infallibile: luci calde richiedono ombre fredde e viceversa. Questo gioco di contrasti conduce direttamente alla gestione del colore. Immersi nella Natura, ci si rende conto che non esistono i contorni netti a cui ci abituano i disegni su carta; le forme nascono e si fondono attraverso i confini creati unicamente dai giochi di luce e ombra, rivelando sfumature vibranti spesso impossibili da concepire al chiuso di uno studio. Per catturare questa magia effimera, ci si affida a tecniche pittoriche votate alla rapidità e all’efficacia. Molti iniziano con un underpainting, una rapida base monocromatica che fissa immediatamente struttura e volumi dell’opera. Successivamente, la tecnica del pennello asciutto si rivela provvidenziale per suggerire texture complesse, come il fogliame frastagliato di un albero o la ruvidità della pietra, risparmiando tempo prezioso.

La parola d’ordine resta sempre la sintesi: il vero segreto è evitare di perdersi nel dettaglio minuzioso, cercando invece di catturare l’essenza e l’atmosfera del soggetto attraverso ampie e decise masse di colore.
I CONSIGLI GIUSTI
Per capire meglio come avvicinarsi a questo mondo, abbiamo chiesto qualche consiglio a Concetta Flore, artista nota per la sua straordinaria capacità di coniugare rigore scientifico e sensibilità artistica nella rappresentazione della biodiversità. Diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Roma, vanta prestigiose collaborazioni: ha illustrato opere editoriali e storiche campagne di sensibilizzazione ambientale, esponendo anche all’estero; è inoltre vicepresidente dell’Associazione Italiana per l’arte naturalistica AIPAN.

Lei ha costruito la sua carriera alla ricerca della bellezza della Natura: quali consigli si sente di dare a chi, magari timidamente, sta muovendo i primi passi in questo mondo?
Uscire con un taccuino in mano e una semplice matita per esplorare piccoli scorci naturalistici, individuando le forme che più ci attirano, è il modo migliore per non restare paralizzati e scoraggiati davanti a un’offerta così vasta come quella che ci offre la Natura. Pian piano emergerà un filo conduttore che attirerà il nostro sguardo verso un colore, una struttura o una specie.
Il mio consiglio è seguire quel “richiamo”, senza imitare altri o ostinarsi a voler rappresentare tutto; è un modo rispettoso verso sé stessi di porsi in ascolto e osservazione dell’ambiente per poi disegnarlo.
Come scegliere l’equipaggiamento giusto per rimanere leggeri e soprattutto per non disturbare l’ambiente?
Per me la praticità è fondamentale. Ho sempre dovuto ridurre al minimo l’attrezzatura: primo, perché sono piccolina; secondo, perché dalla nascita mi manca l’avambraccio destro.
Porto sempre con me un piccolo sgabello pieghevole, il binocolo, poche matite, la gomma, un taccuino e una scatolina di acquerelli da campo; nel coperchio si miscelano i colori. Ritengo utile anche una penna a inchiostro nero o grigio scuro per rifinire il disegno dopo averlo colorato.
Esistono pratici pennelli a serbatoio, con l’acqua all’interno del manico; anche se preferisco portare quelli tradizionali, perché in realtà serve poca acqua. Uno straccetto di cotone bianco è necessario per pulire e asciugare le setole.
Lo smartphone, ovviamente silenziato per non disturbare la quiete naturale, può essere utile per inquadrare una scena o fissare un dettaglio.
Le andrebbe di condividere con noi un ricordo, un momento particolare dove ha sentito chiaramente che la pittura era il suo cammino di vita?

Ho cominciato a scarabocchiare a circa tre anni e da allora non ho mai smesso. Nell’adolescenza ho iniziato il mio primo taccuino naturalistico: ero in una fattoria in Provenza, tra polli e caprette, e mi capitò di raccogliere un pullo di gazza e allevarlo fino all’involo.
Ho disegnato tutte le sue fasi di crescita, e quell’esperienza ha fatto sbocciare una passione che è poi diventata una professione: quella di illustratrice naturalistica. Ho imparato tantissimo dagli errori; poi, nel 2000, ho avuto l’occasione di esporre alcune opere al Parco Nazionale d’Abruzzo, incontrando colleghi bravissimi.
Vedere le mie illustrazioni incorniciate mi ha fatto capire che avevo anche un’altra possibilità: dare una mia interpretazione alle meravigliose forme che il Creato ci offre, se solo sappiamo osservarle. E non c’è forma migliore di osservazione e conoscenza del disegno, mi creda. Viviamo un’epoca di immagini digitali perfette e ritoccate; la pittura en plein air, al contrario, è viva, imperfetta, soggetta al vento, agli insetti, al sole che si nasconde tra le nuvole o tra le foglie di un albero.
Rallentiamo un attimo. Proviamo a osservare la Natura e il paesaggio con profonda curiosità, a studiarne forme e colori, e poi lasciamo che la mano si muova liberamente, senza aspettative. Non stiamo scattando una fotografia, ma assorbendo la nostra personale e irripetibile esperienza di quell’istante.

