QUANDO L’ARTE INCONTRA LA NATURA

1 Luglio 2026

di

Alessio Ricci

Insieme all’illustratrice naturalista Concetta Flore, scopriamo le community di pittura en plein air, gruppi di appassionati che si incontrano all’aperto per dipingere. Un ascolto ecologico che osserva la vita e la traduce in colore

C’è stato un tempo in cui i grandi maestri dell’Ottocento, armati di cavalletto e tubetti di colore appena inventati, uscivano dagli studi per catturare la luce vibrante delle campagne. Pensiamo a Claude Monet, padre dell’Impressionismo, che rincorreva i riflessi cangianti sull’acqua; a Vincent van Gogh, che traduceva in pennellate cariche e nervose il sole bruciante della Provenza; o al nostro Francesco Filippini, maestro nel restituire su tela la cruda e malinconica poesia dei paesaggi lombardi.

Oggi quel fascino storico e bohémien sta vivendo una seconda, inaspettata giovinezza, e il merito è anche dei social media, che permettono a numerosi gruppi di appassionati di incontrarsi nei parchi o davanti a paesaggi naturali mozzafiato per dipingere insieme. Vere e proprie esperienze di condivisione e crescita. Una connessione ecologica che porta a diventare parte del paesaggio stesso, influenzando inevitabilmente il tratto del pennello e trasformando il colore in una registrazione del tempo e della luce.

LE REGOLE D’ORO

Tra le tecniche pittoriche votate alla rapidità e all’efficacia troviamo l’underpainting: una base monocromatica che fissa immediatamente la struttura e i volumi dell’opera

Dipingere en plein air significa, prima di tutto, accettare una sfida affascinante con un elemento indomabile: il tempo. Non c’è spazio per le esitazioni, perché ci si trova a gestire principalmente due fonti di luce naturale: il sole e il cielo. Il loro dialogo determina la temperatura dei colori. Prima ancora di posare il pennello sulla tela, è fondamentale prendersi un momento per osservare la luce, studiarne con cura la provenienza e la temperatura. Proprio per questo gli artisti imparano presto che pianificazione e velocità sono essenziali; bisogna lavorare d’istinto, abbozzando rapidamente una composizione che definisca subito i valori tonali, ovvero il delicato equilibrio tra aree chiare e scure, ancor prima di lasciarsi tentare dai dettagli. Nel mondo della pittura all’aperto vige poi una regola d’oro pressoché infallibile: luci calde richiedono ombre fredde e viceversa. Questo gioco di contrasti conduce direttamente alla gestione del colore. Immersi nella Natura, ci si rende conto che non esistono i contorni netti a cui ci abituano i disegni su carta; le forme nascono e si fondono attraverso i confini creati unicamente dai giochi di luce e ombra, rivelando sfumature vibranti spesso impossibili da concepire al chiuso di uno studio. Per catturare questa magia effimera, ci si affida a tecniche pittoriche votate alla rapidità e all’efficacia. Molti iniziano con un underpainting, una rapida base monocromatica che fissa immediatamente struttura e volumi dell’opera. Successivamente, la tecnica del pennello asciutto si rivela provvidenziale per suggerire texture complesse, come il fogliame frastagliato di un albero o la ruvidità della pietra, risparmiando tempo prezioso.

La parola d’ordine resta sempre la sintesi: il vero segreto è evitare di perdersi nel dettaglio minuzioso, cercando invece di catturare l’essenza e l’atmosfera del soggetto attraverso ampie e decise masse di colore.

I CONSIGLI GIUSTI

Per capire meglio come avvicinarsi a questo mondo, abbiamo chiesto qualche consiglio a Concetta Flore, artista nota per la sua straordinaria capacità di coniugare rigore scientifico e sensibilità artistica nella rappresentazione della biodiversità. Diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Roma, vanta prestigiose collaborazioni: ha illustrato opere editoriali e storiche campagne di sensibilizzazione ambientale, esponendo anche all’estero; è inoltre vicepresidente dell’Associazione Italiana per l’arte naturalistica AIPAN.

L’artista Concetta Flore

Uscire con un taccuino in mano e una semplice matita per esplorare piccoli scorci naturalistici, individuando le forme che più ci attirano, è il modo migliore per non restare paralizzati e scoraggiati davanti a un’offerta così vasta come quella che ci offre la Natura. Pian piano emergerà un filo conduttore che attirerà il nostro sguardo verso un colore, una struttura o una specie.

Il mio consiglio è seguire quel “richiamo”, senza imitare altri o ostinarsi a voler rappresentare tutto; è un modo rispettoso verso sé stessi di porsi in ascolto e osservazione dell’ambiente per poi disegnarlo.

Per me la praticità è fondamentale. Ho sempre dovuto ridurre al minimo l’attrezzatura: primo, perché sono piccolina; secondo, perché dalla nascita mi manca l’avambraccio destro.

Porto sempre con me un piccolo sgabello pieghevole, il binocolo, poche matite, la gomma, un taccuino e una scatolina di acquerelli da campo; nel coperchio si miscelano i colori. Ritengo utile anche una penna a inchiostro nero o grigio scuro per rifinire il disegno dopo averlo colorato.

Esistono pratici pennelli a serbatoio, con l’acqua all’interno del manico; anche se preferisco portare quelli tradizionali, perché in realtà serve poca acqua. Uno straccetto di cotone bianco è necessario per pulire e asciugare le setole.

Lo smartphone, ovviamente silenziato per non disturbare la quiete naturale, può essere utile per inquadrare una scena o fissare un dettaglio.

Scorcio naturalistico del torrente Travignolo, circondato da un fitto bosco di conifereConcetta Flore

Ho cominciato a scarabocchiare a circa tre anni e da allora non ho mai smesso. Nell’adolescenza ho iniziato il mio primo taccuino naturalistico: ero in una fattoria in Provenza, tra polli e caprette, e mi capitò di raccogliere un pullo di gazza e allevarlo fino all’involo.

Ho disegnato tutte le sue fasi di crescita, e quell’esperienza ha fatto sbocciare una passione che è poi diventata una professione: quella di illustratrice naturalistica. Ho imparato tantissimo dagli errori; poi, nel 2000, ho avuto l’occasione di esporre alcune opere al Parco Nazionale d’Abruzzo, incontrando colleghi bravissimi.

Vedere le mie illustrazioni incorniciate mi ha fatto capire che avevo anche un’altra possibilità: dare una mia interpretazione alle meravigliose forme che il Creato ci offre, se solo sappiamo osservarle. E non c’è forma migliore di osservazione e conoscenza del disegno, mi creda. Viviamo un’epoca di immagini digitali perfette e ritoccate; la pittura en plein air, al contrario, è viva, imperfetta, soggetta al vento, agli insetti, al sole che si nasconde tra le nuvole o tra le foglie di un albero.

Rallentiamo un attimo. Proviamo a osservare la Natura e il paesaggio con profonda curiosità, a studiarne forme e colori, e poi lasciamo che la mano si muova liberamente, senza aspettative. Non stiamo scattando una fotografia, ma assorbendo la nostra personale e irripetibile esperienza di quell’istante.

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