GENTE DEI BOSCHI: I NEORURALI

22 Gennaio 2026

La controversa vicenda della famiglia anglo-australiana, che ha scelto di vivere isolata nei boschi abruzzesi a strettissimo contatto con la Natura e lontano da quello che oggi è offerto a chi vive nei centri urbani (elettricità, acqua corrente e tecnologia) ha fatto scoprire una realtà presente ma spesso dimenticata: i neorurali. Ma chi sono, dove e come vivono, e quante sono le persone che hanno scelto di abbandonare le città e rifugiarsi in campagna o in montagna, senza dipendere dai moderni sistemi di sostentamento? Intanto va detto che la famiglia che vive nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, rappresenta un caso particolare nell’ambito del fenomeno dei neorurali, che in Italia, secondo stime attendibili, sono circa 5 mila. La maggior parte delle persone che hanno fatto questa scelta ha, infatti, deciso di condividerla con altri, facendo nascere delle vere e proprie comunità. Lo scopo è quello di dimostrare, a sé stessi prima che agli altri, che si può vivere fuori dai circuiti e dalle necessità della modernità, ma con delle regole piuttosto severe, e tutte improntate a due concetti base: la sostenibilità e l’autosufficienza. Una visione alternativa della vita, in quasi totale connessione con la Natura, per limitare al massimo i consumi e gli sprechi. Tutto ciò diventa possibile quanto più si uniscono le forze. Così sono cresciuti nel tempo i villaggi. In Italia, quelli associati alla RIVE (Rete Italiana dei villaggi ecologici, fondata nel 1996) oggi sono circa 40 e i partecipanti sono accomunati, come si legge nel sito dell’associazione, “da un modello di vita sostenibile dal punto di vista ecologico, spirituale, socioculturale ed economico”. La spinta, quindi, è soprattutto filosofica, con l’implicito rifiuto della vita in città, dell’esagerata urbanizzazione e del capitalismo adottato come schema di innovazione e consumo. Ma una base economica è pur sempre necessaria. Per entrare in un ecovillaggio si deve pagare una quota, che servirà a coprire le spese di vitto e alloggio; poi la partecipazione attiva alla vita comunitaria ridurrà i costi iniziali, compresi quelli dell’eventuale acquisto dell’abitazione. Questi insediamenti hanno una rete molto diffusa di relazioni, organizzano incontri e partecipano a manifestazioni all’estero. La domanda di fondo, allora, è: perché questo fenomeno che sembra in crescita genera tanta attenzione, al di là della spinta mediatica del momento? Forse perché l’eccesso di urbanizzazione e annessa tecnologia (intelligenza artificiale, telefonini, televisione, social network, e-commerce, multitasking, smart working con connessione permanente) produce, a volte, una reazione radicale: prendersi una pausa e tornare alle radici. Chi non è più giovane ricorda una famosa pubblicità televisiva di fine anni ’60, dove un attore di teatro sorseggiava un amaro, seduto a un tavolino posto al centro di una rotatoria stradale, circondato da auto in movimento. Lo slogan diceva: “Bevilo, contro il logorìo della vita moderna…”. Da allora il logorìo è cresciuto e per tanti l’amaro non basta più: meglio la Natura, nelle forme più estreme o in quelle più equilibrate.

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