ITALIA FRAGILE

27 Febbraio 2026

di

Giacomo Talignani

Non solo Niscemi: oltre il 20% del territorio italiano è soggetto al pericolo di crolli. Tra le cause, un eccessivo consumo di suolo che aumenta le criticità. Gli esperti: “Lavorare su prevenzione e manutenzione”

Una lunga striscia simbolicamente rossa attraversa l’Italia come una ferita, partendo dall’angolo più estremo del Nord-Ovest fino ad arrivare a ridosso della Calabria. Quella linea che si snoda fra le regioni, evidenziata nelle mappe dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, è la spada di Damocle della nostra fragile Penisola, minacciata costantemente da un problema: le frane.

L’Italia è, infatti, uno dei Paesi europei con il più alto rischio idrogeologico e l’ultimo report sul dissesto, messo a punto dall’ISPRA con dati del 2024, indica come ormai il 94,5% dei Comuni italiani sia a rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. In particolare, quasi un quinto del Paese, il 19,2% del territorio nazionale, è classificato a “maggiore pericolosità” per frane e 1 milione e 280mila abitanti vivono in aree soggette a grandi rischi.

Cifre che a inizio anno, con la tragica frana di Niscemi, che ha messo in scacco un intero Paese creando un distacco di quasi 25 metri lungo un fronte di quattro chilometri, abbiamo purtroppo imparato a toccare con mano. I crolli nel paese siciliano, già interessato da fenomeni simili nel 1997, hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro case e sono apparsi al contempo sia come un evento drammatico sia come un monito di ciò che potrebbe accadere in futuro.

i dati

Mappa ISPRA, Italia a rischio frane e alluvioni

La stessa mappa dell’ISPRA che mostra i rischi di frane in Italia (oltre 1.200 quelle attive e circa 685mila quelle cartografate da quando esistono le rilevazioni) indica chiaramente con il colore rosso le zone oggi più esposte: Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige (in provincia di Bolzano +61,2% dei rischi di pericolosità), Liguria, Emilia-Romagna, Toscana (+52,8%), la dorsale adriatica e il basso Lazio, la Campania, ma anche Sardegna (+29,4%) e Sicilia (+20,2%).

In particolare, raccontano i geologi, proprio in quest’ultima regione, a Niscemi, si è verificata una frana a scorrimento che potrebbe potenzialmente ripetersi in molte altre realtà dello Stivale. La dinamica è la seguente: molte case di Niscemi, soprattutto negli anni Sessanta, sono state edificate su un terreno composto in superficie principalmente da sabbie, molto permeabili, e in profondità da strati d’argilla, solitamente poco inclini a lasciar passare l’acqua.  

Quando in gennaio è piovuto in modo particolarmente intenso – fattore destinato a ripetersi a causa della crisi climatica – anche i depositi argillosi hanno iniziato ad assorbire acqua e si è verificato uno scivolamento tra i due strati, che ha portato alla grande frana, una delle più profonde degli ultimi anni in Italia. In futuro, prevedono gli esperti, a causa delle alluvioni rese più potenti dal surriscaldamento globale, è probabile che a cedere siano soprattutto le frane medio-piccole, mentre per quelle di grandi dimensioni molto dipenderà dal contesto, poiché piogge intense in tempi brevi, non sempre permettono ai suoli di assorbire grandi quantità d’acqua.

La piattaforma IdroGeo

L’immagine dell’automobile in bilico sull’orlo del baratro a Niscemi, ha fatto il giro del mondo ed è diventata il simbolo del dramma e della precarietà delle abitazioni siciliane, prima di precipitare definitivamente nel burrone qualche giorno dopo il catastrofico evento

I rischi che casi come quello di Niscemi possano ripetersi esistono e, attraverso una piattaforma chiamata IdroGeo, da alcuni anni gli scienziati monitorano le criticità attuali tramite il censimento delle frane. In totale sono 5,7 milioni le persone che vivono in zone a rischio generico e, nelle aree a maggiore pericolosità, abitano 1,3 milioni di persone e si contano ben 243mila edifici.

Considerando che oltre il 75% del territorio italiano è collinare o montuoso, è facile intuire come, laddove siano presenti versanti instabili – per esempio negli Appennini – oppure condizioni “stratificate”, con sabbie in superficie e argilla in profondità, piogge abbondanti possano far perdere coesione ai terreni. Il tutto tenendo conto anche dei rischi sismici.

la natura delle frane

Anche i tipi di frana a cui possiamo essere soggetti sono differenti. Come spiega il geologo Giuseppe Esposito dell’ISPRA, “i fenomeni franosi avvengono nelle zone collinari o montane, come gli Appennini e le Alpi, ma si distinguono per dimensioni e velocità”. In un caso su tre (33%), come a Niscemi, avvengono per scorrimento; possono poi verificarsi per colamento lento (18,3%), come nell’Appennino Emiliano, in Basilicata o Liguria, oppure per colamento rapido (12,1%), come quelle del 1998 a Sarno e Quindici o del 1987 in Valtellina.

L’Arma dei Carabinieri è impegnata a Niscemi nel controllo costante per far rispettare l’interdizione dalla zona rossa, prevenendo intrusioni non autorizzate e fenomeni di sciacallaggio nelle abitazioni evacuate

A causare le frane contribuiscono anche gli interventi umani, come l’eccessivo consumo di suolo che altera l’equilibrio idrogeologico, la deforestazione e le criticità legate a costruzioni realizzate su terreni altamente fragili dal punto di vista geologico. Interventi che aggravano le stime: il rischio frane, in soli tre anni, è cresciuto passando da 55mila chilometri quadrati “critici” nel 2021 a oltre 69mila nel 2024.

Non a caso, oggi l’Italia è il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con quasi due terzi di tutte le frane censite in Europa. Crolli che significano impatti sulle vite umane e sul patrimonio culturale, considerando che 14.000 beni culturali sono esposti a rischio perché situati in aree a maggiore pericolosità. Incidono anche sull’economia: tra il 2012 e il 2023 si parla di almeno 3,3 miliardi di euro spesi per riparare i danni del dissesto idrogeologico, cifra destinata ad aumentare in assenza di interventi di contrasto, anche sul fronte della crisi climatica. Entro il 2050, il costo degli eventi estremi potrebbe raggiungere il 5,1% del Pil.

La prevenzione e la mitigazione sono complesse, ma i ricercatori spiegano che, attraverso strategie mirate, esistono ancora margini per ridurre i rischi.  Per esempio, “va limitato il consumo di suolo”: attualmente lo modifichiamo a un ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo, quasi 230mila al giorno, e tra il 2023 e il 2025 si è registrato un incremento di oltre il 15%. Occorre poi “lavorare sulla prevenzione”, migliorando la manutenzione del reticolo stradale e intervenendo in agricoltura, rivedendo le pezzature – ormai troppo grandi – e modificando l’idrologia. Servirebbe, inoltre, una mappatura più completa delle aree e una maggiore disponibilità di dati geologici, che richiedono investimenti. Un costo che, tuttavia, sarebbe nettamente inferiore a quello necessario per riparare i danni futuri.

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