Uno degli aspetti che mi colpirono molto, mentre imparavo le tecniche di vita dei Nativi Americani, era la cura che essi ponevano in ogni azione: nulla di ciò che la Natura offriva loro veniva considerato scontato. Emblematico era il profondo senso di consapevolezza del cacciatore che, prima di ogni battuta, si immergeva in una serie di impegnativi rituali purificatori e si immedesimava nella preda nel momento dell’estremo sacrificio. Si sentiva così legato all’animale che sarebbe rimasto responsabile del suo spirito finché ogni parte del suo corpo non avesse trovato uno scopo per la tribù. Una delle lavorazioni più impegnative era quella di conciare la pelle affinché si conservasse il più a lungo possibile. Al contrario delle metodologie moderne, che prevedono l’utilizzo di sostanze chimiche così potenti da rendere le concerie tra i luoghi potenzialmente più inquinanti, tutto veniva svolto in modo armonioso e sostenibile.
La tecnica che ho appreso e messo a punto negli anni consiste in una serie di azioni ritualizzate. La pelle, dopo essere stata rimossa con cura ed evitando l’uso di strumenti appuntiti che potrebbero danneggiarla, va grattata per rimuovere l’eventuale grasso sottocutaneo. Per farlo si poggia su un tronco e si raschia con un bastone sagomato. Il grasso asportato può essere riutilizzato per produrre sapone.
Una volta pulita, sul perimetro della pelle vanno praticati dei fori per poterla legare a un telaio rettangolare e lasciarla seccare all’ombra, lontana da eventuali roditori. Diventa ben tesa e rigida e, a quel punto, con uno strumento a forma di becco d’anatra, dal profilo non tagliente, si raschia via l’endoderma, ovvero la pellicola interna che ricorda una carta molto sottile.
La fase successiva è la vera e propria “concia”: la pelle viene slegata dal telaio, immersa in acqua per qualche minuto, strizzata bene e stesa a terra con il pelo rivolto verso il terreno. Con movimenti circolari delle mani, si spalma la superficie superiore con materiale proteico, come le uova. Poi si ripiega con cura e si lascia riposare affinché le proteine penetrino bene nel derma, ammorbidendo e rendendolo più traspirante.
Il giorno seguente la pelle va lavata accuratamente prima di iniziare l’ammorbidimento. Occorre legarla di nuovo al telaio e, con un bastone arrotondato, premerla e stirarla in tutte le direzioni fino alla completa asciugatura. Giungiamo quindi all’ultima fase: l’affumicatura. La pelle viene avvolta intorno a tre bastoni messi a piramide così da creare una specie di tipì, la nota “capanna indiana”, con il pelo rivolto all’esterno. Il margine della pelle deve restare sollevato dal terreno di circa trenta centimetri, così da far circolare l’aria.
Al centro del tipì si pongono alcune braci ardenti e, aggiungendo rametti secchi, si genera un denso fumo che risale lungo la superficie interna. I tannini trasportati dal fumo contribuiscono a proteggere la pelle, rendendola durevole nel tempo. Alla fine del lavoro ci si accorge di quanto possano essere intensi e significativi i gesti più primordiali della nostra specie. Il rispetto per la Natura matura attraverso la consapevolezza del nostro legame con essa.

